Per saperlo basta avere sottomano la classifica della Camera dei deputati e la mappa delle varie regioni partito per partito al Senato.

Grazie alle regole attuali l’unico che gode è il primo … il secondo piange se terzi incomodi superano le soglie (perché gli rubano seggi).

Alla Camera, ultime elezioni:
1 - PdL
2 - PD
3 - Lega
seguono altri partiti intorno ai quattro punti (Casini e depetrus)
eliminati sinistre e destra ultranera, ripescato il MPA con un punto e mezzo (migliore escluso all’interno di una coalizione qualificata).

Con le regole da referendum, a parità di risultati, il PdL sale intorno al 55% dei seggi, la Lega va a rosicchiare seggi ai partiti di opposizione, il MPA esce dal Parlamento. Tutto invariato per la Valle D’Aosta (collegio uninominale) e per i partiti di minoranze etniche.

In generale il primo partito prende il 55% dei seggi, gli altri che passano i 4 punti si spartiscono i resti insieme a quelli delle minoranze etniche che rispettano condizioni speciali.
Quindi alla Camera il referendum conviene solo a chi ora è primo o a chi in futuro potrà diventare primo (ergo passare il 30% circa, viste le dimensioni dei pesi massimi). Tutti gli altri faranno opposizione o saranno esclusi.

Passiamo al Senato.

Lì il quadro si frammenta a livello regionale. Vengono tolti i minisbarramenti (con la morte delle coalizioni). Anche qui il primo vince tutto, gli altri si aggiustano.

Partiamo dalle soglie. Le elezioni hanno dimostrato che lo sbarramento dell’8% regionale viene superato dall’UDC in Sicilia, da PD e PdL in tutte le regioni, dalla Lega a nord del Po e forse in Liguria, da depetrus in nessuna regione.
Quindi in caso di passaggio del referendum al Senato ci sarebbero solo quattro partiti: PdL, PD, Lega e UDC. Depetrus esce con la coda tra le gambe.

I collegi uninominali fanno storia a se … ne abbiamo uno in Val d’Aosta, cinque in trentino-alto adige (con due ripescaggi proporzionali). Il Molise non risentirà di modifiche perché il primo e il secondo si divideranno tra loro i seggi (uno a testa).

Da qui possiamo già dire a chi non conviene il referendum.
Non conviene ai nani perché stanno fuori lo stesso (anzi, perdono la speranza di potersi coalizzare con un partito più grosso).
Non conviene ai parlamentari protagonisti di transumanze perché perdono il seggio e rischiano seriamente di non riconquistarlo, soprattutto se sono andati verso partiti a rischio quorum.
Non conviene all’MPA perché viene esclusa dal Parlamento
Non conviene a depetrus perché lui verrebbe trombato al Senato e il partito stesso sarebbe escluso da quella camera, pur mandando rappresentanti in camera bassa
Non conviene alla Lega perché perde molti seggi di premio di maggioranza nel Lombardo-Veneto, in Piemonte e in Friuli (pur portando rappresentanti in entrambe le Camere).
I partiti delle minoranze o quelli dei collegi uninominali sono in ogni caso a posto.
Rimangono PD e PdL.

Al PdL sulla carta conviene, perché è primo e perché spera di garantirsi di eleggere il prossimo Presidente della Repubblica. Ma Silvio IV sa già che dovrebbe scendere in campo per diventare Silvio V, in quanto la Lega ha deputati e senatori decisivi per la vita della maggioranza. Inoltre la lotteria dei premi regionali non è detto che premi ancora Berlusconi, soprattutto a nord dove è vivo, vivissimo il ricordo di quell’atto di clemente che mise in libertà o accorciò la pena a feroci criminali e malandrini di ogni specie, e che venne votato da tutti, eccetto Lega e depetrus.
Anche al PD sulla carta conviene. Ma il partito è in decomposizione, franceschini palesemente non è adatto al ruolo che copre. L’unica speranza potrebbe essere la caduta del governo e che i giochi al Senato portino nessun vincitore nelle successive elezioni. Il massimo possibile per un partito appenninico che gioca al tanto peggio, tanto meglio. Il rischio? Trovarsi un Silvio V redivivo e fortissimo, molti parlamentari in meno e una situazione interna ancora più drammatica.

Quindi? A chi conviene il referendum?
A nessuno. Nessun partito avrebbe vantaggi concreti sul campo, eccetto i due più grossi. Ma anche loro hanno altre ragioni che li convincono a soprassedere.
E il Paese non avrebbe alcun vantaggio concreto (se non un’altra campagna elettorale entro breve tempo) se il referendum superasse il quorum.

Quindi … a parte chi spera nella caduta di Berlusconi a ogni costo, nessuno sarà veramente intenzionato a intralciare i piani che prevedono il referendum tra l’election day e i ballottaggi. E i 400 milioni? Saranno un argomento di polemica politica da tirare in ballo al momento buono, nel solito gioco delle parti.

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